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  Amare da morire: le dipendenze affettive
(love addiction)


È possibile che il legame tra due persone sia così intenso da trasformarsi
in una vera e propria “droga d’amore” o “tossicomania senza droga”?
Secondo alcuni autori si; anzi, è possibile distinguere situazioni
assolutamente comuni e transitorie (come nel caso del “mal d’amore”),
da altri processi che possono essere invece fonte di sofferenza per uno e/o
entrambi i partner: in questi casi si parla di
“intossicazione d’amore”
e di
“droga d’amore”.

È considerato del tutto naturale il cosiddetto
“mal d’amore”, cioè
una sofferenza che può essere legata ad uno stato affettivo e di interesse
verso un “oggetto d’amore” non disponibile.

Per
“intossicazione d’amore” si intende invece una condizione relazionale
negativa che è caratterizzata dall’assenza di reciprocità nella vita affettiva
e nelle sue manifestazioni all’interno della coppia e che tende a creare
malessere psicologico o fisico piuttosto che benessere e serenità.
Tale condizione, nella migliore delle ipotesi, potrebbe essere interrotta
per ricercare un nuovo stato di serenità. Qualora ciò risulti impossibile
si è soliti parlare di
“dipendenza affettiva” o anche di “droga d’amore”.

La problematica della dipendenza affettiva è relativamente recente, e si può
dire che si sia sviluppata sull'onda del successo, a partire dagli anni '70,
del libro "Donne che amano troppo" della psicologa americana Robin
Norwood e dei lavori di altri psicologi quali Susan Peadbody (autrice di
“Addiction to Love”) e Stanton Peele (autore nel 1975 di “Love and Addiction”).





Che cos’è una dipendenza affettiva?
Qual è il profilo psicologico della persona dipendente
da una relazione?


L’emozione prevalente consiste nel timore della disapprovazione
e dell’abbandono. Queste persone hanno una
carenza di autostima,
per cui
fanno dipendere il proprio valore di persona dagli altri e/o comunque
da qualcosa di estraneo a se stessi. Non si crede di meritare di essere amati
per come si è. Non ci si sente interessanti, degni di essere accettati, accolti
e amati. Dominati da questi timori, le persone mettono al primo posto tutto
tranne che se stessi. Ciò vale in qualsiasi campo della vita: non solo negli
affetti, ma anche in famiglia e sul lavoro.

Perché si parla di una dipendenza affettiva?

Perché (erroneamente)
si pensa che il proprio benessere dipenda un altro,
per cui si finisce col mettere la propria vita nelle mani di questo altro e si
accetta che costui faccia di tutto. Pur di ottenere affetto, stima e riconoscimento
del proprio valore, si accettano compromessi indecenti e di ogni genere,
verso una dimensione che annulla la propria dignità: si dice sempre di si
alle richieste esterne, non riuscendo a mettere confini a quanto si è disposti
a subire. In altre parole, la strada per ottenere affetto è quella di
annullarsi
come persona, rendendosi schiavi del partner
. Per queste persone, l’unico
modo, l’unica strada possibile per ottenere l’amore è quella di piegarsi alla
volontà dell’altro.
Queste persone sono dominate da una fame interiore
insaziabile ma soprattutto insopportabile
: è una fame di sicurezza, di conferma
del proprio valore, di riconoscimento dall’altro. È una fame insopportabile:
pur di non sentirla, si cerca e si fa di tutto per tentare di saziarla.

Come?

Assoggettandosi e piegandosi alla volontà dell’altro.
Il tentativo è dunque quello di saziare, in un modo perverso e alla lunga
inefficace, questa fame attraverso modalità relazionali dipendenti dall’esterno
(il partner nel caso delle dipendenze affettive) che transitoriamente
danno l’illusione di saziarla, ma che di fatto lasciano le cose invariate.
La dipendenza affettiva inizia dove finisce la capacità di vivere una relazione
con libertà e spontaneità
. Quando l'altro non è più libero di "essere",
ma è "costretto" ad assumere un ruolo, l'amore diventa compensazione
di qualcosa che riempie  i nostri vuoti, controlla le nostre paure, seda i nostri
bisogni. Il rapporto non diventa più un incontro tra due persone, ma soltanto
dipendenza e limitazione reciproca, responsabili di un dolore psicologico
talmente violento da essere difficilmente sopportabile. Lentamente ma
inesorabilmente si avvia un percorso di autocostruzione di barriere che
imprigionano invece di rassicurare:
il risultato finale porta chi “ama troppo”
a rinchiudersi in una sorta di gabbia
.

Questa gabbia nasce dalla convinzione di non meritare affetto, dal vivere
in funzione dei bisogni di un altro, cercando di controllarlo e di assecondarlo
in ogni modo nella speranza di riuscire ad avere attenzione ed amore.
Nelle persone che sviluppano una dipendenza affettiva sono presenti
in genere le tendenze a:

1. disconoscere i propri bisogni emotivi.
2. limitare le proprie aspettative in funzione del partner.

Queste tendenze sono finalizzate, in modo più o meno inconsapevole,
a
nutrire l’autostima in modo vicario, cioè attraverso il controllo del partner.
Il tentativo di cambiare l’altro “serve” quindi per alimentare la propria
autostima.

Il ragionamento della persona è più o meno il seguente:
“Mi sento bene se riesco a cambiarti così come io ti vorrei.
Per stare bene, devo cambiarti”
. Il nutrimento dell’autostima deriva quindi
dagli sforzi e dai tentativi di cambiare, “guarire”, e/o salvare il partner.





Quali le conseguenze di una dipendenza affettiva?


Innanzitutto una sofferenza psichica che si manifesta in modi differenti:
da
generici sentimenti di insoddisfazione e di frustrazione fino a veri e propri
disturbi di tipo depressivo
. In secondo luogo, aumenta il rischio di esporsi
a violenze psicologiche e fisiche: chi ha una dipendenza affettiva è spesso
portato a scegliere partner incapaci di dare un autentico affetto, se non
addirittura violenti e devianti.
Chi è dipendente affettivamente spesso
è a rischio di violenza psichica e fisica
.

L’aspetto forse più sorprendente consiste comunque nella volontà
di mantenere la scelta di un partner non disponibile affettivamente, frustrante,
tiranno e spesso violento. D’altra parte tale scelta viene mantenuta e “difesa”
a denti stretti perché è erroneamente considerata quella in grado di alimentare
la propria autostima. Questa scelta, inoltre,
illude di soddisfare il bisogno
di avere vicino una presenza rassicurante
, che fornisca il tanto desiderato
bisogno di protezione.

Secondo Alice Miller, alla base di tale scelta c’è quella che lei stessa
ha definito
“speranza distruttiva”: attraverso il partner, si cerca in modo
simbolico di trasformare un genitore tiranno in una creatura amorevole
.
La “vittima” (colei/colui che dipende affettivamente) non vuole rinunciare
alla speranza che un giorno il partner mantenga la promessa da lei percepita
nei primi contatti e le mostri cos’è l’amore. Attraverso questo tortuoso
ed impervio percorso, la scelta di un partner non disponibile affettivamente
avrebbe quindi il significato simbolico di cancellare le umiliazioni subite
e negate nell’infanzia.


Quali sono le origini di una dipendenza affettiva?

La dipendenza affettiva affonda la propria origine nel passato affettivo
e relazionale
ed in particolare nel rapporto instaurato durante l'infanzia
con i genitori. Probabilmente quest'ultimi hanno lasciato insoddisfatti
e inappagati i bisogni infantili, costringendo i bambini ad adattarsi imparando
a limitare i loro bisogni. Questo processo di limitazione può portare al formarsi
di pensieri del tipo:
“I miei bisogni non hanno importanza” o “non sono degno
di essere amato”
.

Da adulti, questi "bambini non amati” dipendono dagli altri per quanto
concerne il proprio benessere psico-fisico e la soluzione dei loro problemi
.
Vivono nella paura di essere rifiutati, scappano dal dolore, non hanno fiducia
nelle loro capacità e si giudicano persone non degne d’amore. I primi anni
della vita, tra l’altro, sono fondamentali nel formare la propria autostima
e i genitori giocano un ruolo essenziale nella sua creazione. L’autostima
si sviluppa (in maniera negativa o positiva) a seconda dell’esperienza vissuta
durante l'infanzia con gli adulti significativi e continua a svilupparsi durante
tutta la vita.

Quali sono i motivi che favoriscono il mantenimento di un legame
di dipendenza da un partner sordo alle esigenze dell’altro, che rende infelici,
talvolta violento, se non addirittura abusante?
Secondo Alice Miller si tratta
di una dipendenza da un genitore violento: tutti i tentativi di liberarsi da questa
dipendenza sono vanificati dalla propria cecità emotiva, a causa della quale
si è incapaci di riconoscere ed esprimere i propri sentimenti autentici
.
Le umiliazioni ed i maltrattamenti subiti da bambini non sono riconosciuti
in quanto tali e vengono negati: i bambini maltrattati sono incapaci
di riconoscere di essere stati loro stessi vittime. Analoghe conclusioni
sono riportate anche da altri autori.





I rimedi

L’obiettivo generale è la conquista dell’indipendenza e dell’autonomia affettiva
(nonché della propria identità): questo “risultato” è perseguibile
attraverso
la maturazione della consapevolezza dei sentimenti e della capacità
di esprimerli
.

Conquistare l’indipendenza significa
non subire più le prepotenze di chi
tende a prevaricare e a legare inducendo sentimenti di colpa
; significa anche
mettere alla prova le personali capacità di impegnarsi per “crescere” sotto
il profilo affettivo.

L’autonomia, intesa come rinuncia ad un legame che mantiene la dipendenza,
può essere conseguita attraverso i seguenti obiettivi parziali:

• Smettere di aspettarsi ciò che ci è stato negato da bambino.
• Prendere coscienza di quella che Malan ha definito la “sindrome
  del dover sempre aiutare gli altri”: il soggetto dedica agli altri tutte le cure
  e le attenzioni che avrebbe voluto avere per sé.
• Cercare la propria verità, ritrovare la propria storia, per capire i motivi
  per cui si è diventati la persona che oggi si è: la libertà si conquista
  decifrando la propria storia.
• Imparare ad ascoltarsi e a scoprire la parte più istintuale di sé
  (una lettura che consiglio anche agli uomini: “Donne che corrono coi lupi”,
  di Clarissa Pinkola Estés).
• Avere il coraggio di reclamare il proprio diritto di essere rispettati,
  soprattutto quando si viene calpestati nella propria dignità.
• Combattere pregiudizi e pensieri negativi su se stessi.
• Rinforzare la consapevolezza del proprio valore (ad esempio: smettere
  di pensare che, in assenza di un legame sentimentale, si sia inutili)
• Non avere timore di denunciare né di parlarne.


Letture consigliate per un approfondimento
sulle dipendenze affettive



Caretti Vincenzo, La Barbera Daniele:
Le dipendenze patologiche.
Raffaello Cortina, 2005.















Carotenuto Aldo:
Il gioco delle passioni.
Dinamiche dei rapporti amorosi.
Bompiani, 2002.














Daniel Pietro:
La dipendenza affettiva.
Come riconoscerla e liberarsene.
Paoline, 2005.















Ghezzani Nicola:
Quando l’amore è una schiavitù.
Come uscire dalla dipendenza affettiva
e raggiungere la maturità psicologica
Franco Angeli, 2006.













Giddens Anthony:
La trasformazione dell’intimità. Sessualità,
amore ed erotismo nelle società moderne.
Il Mulino, 1995.















Inama Lia:
Liberarsi dal troppo amore
Erickson, 2002.
















Miller Alice:
La rivolta del corpo.
I danni di un’educazione violenta.
Raffaello Cortina, 2005.














Miller Dusty:
Donne che si fanno male.
Feltrinelli, 1997.















Norsa Diana:
Equivoci di coppia.
Baldini Castoldi Dalai, 2007.














Norwood Robin:
Donne che amano troppo.
Feltrinelli Editore, 1989.
















Polla-Mattiot Nicoletta, Trinci Manuela:
Se l’amore tradisce.
Baldini Castoldi Dalai, 2007.














Poudat François-Xavier:
La dipendenza amorosa.
Quando l’amore e il sesso
diventano una droga.
Castelvecchi, 2006.














Telfener Umberta:
Ho sposato un narciso.
Castelvecchi, 2006.















Valleur Marc, Matysiak Jean-Claude:
Sesso, passione e videogiochi.
Le nuove forme di dipendenza.
Bollati Boringhieri, 2004.














Welwood John:
Amore perfetto, relazioni imperfette.
Feltrinelli, 2006.
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