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  Disease mongering: farmaci per i sani?
La moda del terzo millennio:
una pillola per ogni occasione


Che cos’è il disease mongering?

Sulla  rivista PLoS (Public Library of Sciences) - Medicine (volume 3 dell’aprile
2006, scaricabile on-line gratuitamente) è stato recentemente pubblicato 
un numero monografico sul problema del cosiddetto
“Disease Mongering”.





Di cosa si tratta?

Il termine si riferisce alla strategia di far credere che un problema
o determinati fattori di rischio richiedano necessariamente un trattamento
farmacologico. Grazie a questa strategia, ogni normale fase dell'esistenza
viene trattata alla stregua di una malattia che richiede un trattamento
farmacologico: alcuni processi della vita quotidiana o legati all’età, come
la menopausa, l’andropausa e perfino l’invecchiamento, vengono così
medicalizzati.

In questo modo vengono allargati i confini delle patologie trattabili,
con la conseguenza di incrementare il mercato delle vendite dei farmaci.

Il Disease mongering, o marketing della malattia, consiste quindi nella
trasformazione del malessere in malattia ampliando così il mercato
dei farmaci.


L’estensione del mercato comprende diverse strategie messe in atto
dall’industria del farmaco: esse includono la pubblicità mediatica di farmaci
che migliorano lo stile di vita o campagne sulla consapevolezza dei rischi
di alcune malattie per stimolare l’uso di farmaci che possono essere utili
nella prevenzione delle stesse.

A titolo di esempio, si veda l’immagine pubblicitaria che segue, in cui
l’assunzione del farmaco richiama esplicitamente non solo il concetto
di salute, ma anche quelli di felicità e libertà, oltre che proporre immagini
di serenità attraverso la coppia che sorride e la colomba che vola.





Rispondono a queste caratteristiche i cosidetti
“farmaci del benessere“, come
gli inibitori della fosfodiesterasi [sildenafil (viagra), tadalafil (cialis) e vardenafil
(levitra)] utilizzati nella terapia della disfunzione erettile, più comunemente nota
come impotenza. Gli inibitori della fosfodiesterasi si sono rivelati efficaci
nella disfunzione erettile, un problema medico che richiede un trattamento,
ma vengono (erroneamente ed impropriamente) assunti anche da una
popolazione molto più ampia di quella affetta da disfunzione erettile e cioè
da coloro che, pur avendo una funzionalità sessuale valida, sperano
di migliorare le prestazioni sessuali.

Recentemente sono stati proposti anche per la disfunzione sessuale
femminile, per la quale però non esistono evidenze di efficacia terapeutica
degli inibitori stessi. La disfunzione sessuale femminile è un tipico
esempio dello sforzo di rendere popolari alcune condizioni poco conosciute
e di aumentare il livello di conoscenza presso la popolazione in modo
da favorire la domanda di farmaci.


Un esempio molto tipico di ciò
lo si può ritrovare nella copertina
del settimanale “L’Espresso”
del 16 marzo del 2000.

















Sono oggi di grande attualità le parole che lo scrittore francese Jules Romains
metteva in bocca al medico protagonista della commedia «Knock o il trionfo
della medicina» (1923):
«La persona sana è quella che non sa ancora
di essere malata»
.

La commedia si svolge all’inizio del XX secolo: il dr. Knoch era un medico
di un piccolo paese di montagna, i cui abitanti godevano di apparente buona
salute, finchè lo stesso Knoch inizia a diagnosticare strani sintomi, facendo
credere ai suoi paesani che necessitano della sua continua assistenza
e prescrivendo cure a persone in realtà... sane.


Secondo Jörg Blech (autore del best
seller in Germania “Gli inventori delle
malattie”, tradotto in diverse lingue
e presente anche in Italia), l’attualità
di tale commedia è riconducibile
al fenomeno tipico dell’epoca
moderna di medicalizzare ogni
aspetto dell’esistenza umana.














Ed è proprio a questo fenomeno, battezzato appunto negli USA col termine
di
«disease mongering» o «commercializzazione delle malattie», che la rivista
PloS dedica un’analisi attraverso l’editoriale dei due studiosi dell'università
di Newcastle Ray Moynihan e David Henry, per i quali il “disease mongering”
equivale ad allargare i confini di una malattia per ampliare il mercato
dei farmaci.

A mio avviso le cause del disease mongering sono comunque molto
complesse e riconducibili ad un’eterogeneità di fattori tra i quali
indubbiamente vi sono gli interessi economici dell’industria del farmaco
e delle strategie messe in atto per raggiungere tali obiettivi.


È tuttavia estremamente riduttivo invocare unicamente tale fattore come
l’unico responsabile: la storia dell’umanità testimonia e riflette il desiderio
ontologico dell’uomo di trovare rimedi di ogni genere per i “problemi” più
disparati, compresa la morte. Si pensi ad una delle proprietà fondamentali
della cosiddetta Pietra Filosofale, sostanza mitologica simbolo dell’alchimia:

fornire un elisir di lunga vita in grado di conferire l’immortalità e di dare
la panacea universale per qualsiasi malattia. L’alchimia (antica pratica
protoscientifica che combinava elementi di chimica, fisica, astrologia,
arte, semiotica, metallurgia, medicina, misticismo, e religione) ha lasciato
il posto alla scienza moderna basata su rigorose sperimentazioni scientifiche.
Eppure ancora oggi, accanto ad una scienza ed in particolare ad una medicina
“basata sulle evidenze”, convivono aspetti e bisogni magici, divini e/o
apparentemente irrazionali che, piaccia o no, fanno parte della natura umana:
il desiderio di oltrepassare i limiti imposti alla natura umana sembra essere
oggi più vivo che mai.

Il riduttivismo positivistico della scienza, pressato dal bisogno e dall’urgenza
di trovare soluzioni nel minor tempo possibile (“life is now” recita testualmente
una nota pubblicità emblema del bisogno di fare tutto in fretta e subito, senza
una riflessione), tende a proporre oggi risposte immediate e facilmente
fruibili che illudono di soddisfare quel bisogno di esorcizzare perfino la morte
attraverso un elisir di lunga vita.

Quale risposte vogliono oggi molte persone?
Rapide, semplici, poco impegnative e che, soprattutto, non facciano pensare.

Qual è questo rimedio?
Per molti questo rimedio è un farmaco.





Il problema di oggi, che affonda le sue radici in bisogni primordiali dell’uomo,
non è tanto nella medicalizzazione, bensì nella
ricerca esclusiva di un rimedio
a portata di mano (meglio ancora del clic del mouse)
per ogni motivo
di insoddisfazione personale.

Nel farmaco, come l’Araba fenice, sembra resuscitare l’antica Pietra
filosofale di alchimica memoria. Qual è allora la moda del terzo millennio?
Una pillola per ogni occasione. Alcuni esempi? Dopo le pillole della felicità
(prozac), del sesso (viagra), alcuni scienziati hanno proposto le pillole
per innamorarsi, cancellare i brutti ricordi, per diventare intelligenti.


Vediamo in dettaglio le pillole per
innamorarsi (lavoro pubblicato
da Larry J. Young sulla rivista Nature).














Medicinali che manipolano i sistemi del cervello - annuncia il professor Larry
Young, biologo della Emory University - allo scopo di aumentare o diminuire
i sentimenti per un´altra persona, potrebbero non essere lontani. È già stato
dimostrato che annusare una spruzzata dell´ormone
ossitocina accresce
la fiducia e fa sentire una comunanza di emozioni con il prossimo.

L´ossitocina, spiega nell´articolo, produce una sensazione di soddisfazione
e contentezza in modo simile alla nicotina e a droghe come cocaina ed eroina,
con un´azione chimica sul cervello praticamente identica a quella registrata
in madri che guardano fotografie dei loro bambini o in persone che guardano
fotografie dei propri innamorati. Studi attualmente compiuti in Australia,
stanno cercando di determinare se uno spray all´ossitocina potrebbe
aiutare
a ottenere migliori risultati nelle terapie dei consulenti matrimoniali
per rimettere insieme coppie in crisi
.

Detto in altri termini, si ipotizza che in futuro  le coppie in crisi, invece di andare
da un terapeuta, potrebbero inalare uno spray o prendersi una pillolina
ed amarsi poi per tutta la vita. La potrebbero ad esempio mettere come
ciliegina sulla torta, già durante il pranzo nuziale: non si sa mai, prevenire
è sempre meglio che curare!

Secondo il ricercatore Young non è dunque lontano il giorno delle pozioni
d’amore e degli antidoti
, come nelle classiche avventure dei cavalieri
medievali. La medicina potrà produrre tanto l’afrodisiaco perfetto quanto
l’anti-afrodisiaco, che spezza per sempre relazioni pericolose.
Insomma, mentre la fisica va alla ricerca della Teoria Unificata, che metta
insieme Relatività e meccanica quantistica, ecco servita la «Grande Teoria
Unificata dell’Amore», ironizza il «New York Times».

Per cancellare i brutti ricordi (lavoro pubblicato da Kindt Merel e collaboratori,
sulla rivista Nature Neurosciences). Gli scienziati hanno condotto una ricerca
su un farmaco (già in commercio ed assunto da chi soffre di problemi
cardiopatici: si tratta di un beta-bloccante) che pare cancellare i ricordi
dolorosi. Il trattamento potrebbe in particolare aiutare le persone affette
da disordine post-traumatico da stress, la cui vita è tormentata da ricorrenti
ricordi di eventi traumatizzanti.

Ad una prima analisi, questa ricerca lascia intravedere solo aspetti positivi:
siete stati abbandonati nel bel mezzo di una relazione amorosa, avete
rimediato un brutto voto in pagella o, ancor peggio, una sonora bocciatura?
Niente paura, se non riuscite più a cancellare dalla mente i ricordi delle
passeggiate al mare con la vostra/o compagno/a, se non riuscite a non
pensare all’anno scolastico perduto, basterà ingurgitare un sorso d’acqua
ed una “magica” pastiglia vi cancellerà ogni brutto ricordo. Il miracoloso
farmaco servirà anche a cancellare dalla mente ben altri e più gravi ricordi,
come accade nel caso delle vittime di uno stupro.

Alcuni studiosi britannici hanno tuttavia fatto notare che questa nuova
conquista solleva in realtà preoccupanti questioni etiche e potrebbe avere
conseguenze dannose anche sul piano psicologico, impedendo tra l’altro
a chi farà uso del farmaco di imparare dai propri errori.

Il dott. Daniel Sokol
, docente di etica medica della St. George’s University
di Londra, ha detto: “Eliminare i brutti ricordi non è come eliminare una verruca
o un neo. Cambierà la nostra identità personale poiché chi siamo è legato
alle nostre memorie. Potrà essere di giovamento in alcuni casi, ma prima
di estirpare la memoria,
dobbiamo riflettere sulle ripercussioni che questo
avrà sugli individui, sulla società e sul nostro senso di umanità
”.
La questione è dunque molto complessa e sicuramente solleverà un acceso
dibattito. In ogni caso, la possibilità di eliminare la memoria è stata oggetto
di interesse cinematografico.


Come nel film ‘Eternal Sunshine of the
Spotless Mind’ (Se mi lasci ti cancello),
con Kate Winslet e Jim Carrey, in cui
la coppia usa una tecnica per
cancellare ciascuno i ricordi dell’altro
quando la loro relazione si incrina.





















Per diventare intelligenti
(lavoro pubblicato da Greely H. e collaboratori
sulla rivista Nature). Riporto uno stralcio dell’articolo (che commenta il lavoro
di cui sopra) pubblicato sul quotidiano Repubblica del 10 dicembre 2008
e firmato da Elena Dusi:

“Se esistessero pillole in grado di rafforzare la memoria, migliorare
la concentrazione e ridurre il bisogno di sonno, perché non usarle?
Se queste pasticche permettessero agli studenti di bruciare le tappe con
gli esami, ai loro professori di pubblicare più articoli scientifici, ai chirurghi
di aumentare il numero di interventi quotidiani e ai lavoratori notturni
di evitare pericolosi colpi di sonno, perché porsi dubbi etici sul loro uso? (…)
A firmare l' articolo diviso in sette capitoli (equivalenti ad altrettante buone
ragioni per cui sarebbe giusto ricorrere al doping del cervello) sono sette
autorevoli neuroscienziati di università americane e britanniche, che dopo
aver messo in guardia contro eventuali effetti collaterali di lungo termine,
ingiustizie sociali dovute al costo dei farmaci o pressioni dei genitori per
migliorare le prestazioni scolastiche dei figli, sposano con convinzione
la causa delle "pillole dell' intelligenza". «Come tutte le tecnologie, anche
i farmaci per il miglioramento delle performance intellettuali possono essere
usate in modo positivo o negativo. Ma dovremmo essere contenti di avere
nuovi metodi per rendere più efficiente il funzionamento del nostro cervello»
scrivono gli statunitensi Henry Greely, Ronald Kessler, Michael Gazzaniga,
Martha Jarah e Philip Campbell (direttore di Nature) e gli inglesi Barbara
Sahakian e John Harris. Le pillole che promettono voti più alti agli esami
sono degli stimolanti analoghi alle anfetamine usate per il disturbo da deficit
dell' attenzione e iperattività (Ritalin e Adderall), capaci di accrescere
le capacità di concentrazione. Poi ci sono un farmaco che combatte
la sonnolenza usato nei pazienti che soffrono di narcolessia (Provigil)
e un preparato contro l' Alzheimer e altri tipi di demenza (Aricept) che
aumenta nel cervello i livelli di acetilcolina, un neurotrasmettitore importante
per la trasmissione degli impulsi nervosi. Figurano anche vari tipi di beta
bloccanti che sono usati normalmente per combattere le aritmie cardiache,
ma consentono agli studenti di arrivare più tranquilli al momento dell' esame.
Usare queste pasticche al di fuori delle prescrizioni mediche, negli Stati Uniti
è un crimine punibile con la prigione. Ma come per il doping sportivo,
le restrizioni legali non sembrano capaci di cancellare l' abitudine.
«E allora, rendiamoci conto che è meglio accettare i benefici di questi prodotti
studiandone meglio gli eventuali effetti collaterali e prendendo le giuste misure
contro gli abusi» suggeriscono i sette esperti di Nature. (…)” - ELENA DUSI

Il lavoro pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature mi ha molto sorpreso
per numerose ragioni, ma soprattutto perché
senza mezzi termini suggerisce
e legittima la prescrizione di farmaci
(alcuni dei quali a base addirittura
di sostanze anfetaminiche) a persone “sane” con l’obiettivo di migliorarne
le prestazioni intellettuali.

Sono contrario ad un simile uso dei farmaci perché le potenzialità delle
capacità intellettuali sono anche in funzione della capacità e degli sforzi
di mantenere sempre in esercizio il cervello, analogamente a quello
che accade ad un atleta che vuole mantenere in forma il proprio corpo.


È necessario favorire quindi una mentalità che valorizzi e stimoli la persona
e la sua creatività, evitando pericolose scorciatoie che delegano ad
un farmaco gli sforzi necessari per lo sviluppo e la crescita di qualsiasi
essere umano. Mi astengo da ulteriori commenti, lasciando a chi legge
l’onore e l’onere di sviluppare un’idea propria.
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