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  L’altro “lato” della cultura: le fantastiche 4
dell’Università di Bologna


In questi giorni ha avuto una rapidissima diffusione sui mass media nazionali
la notizia del manifesto in cui
4 ragazze pubblicizzano le facoltà distaccate
di Cesena, Forlì, Ravenna e Rimini
dell’ateneo bolognese.

L'idea dei promotori era quella di attirare nuove matricole,
offrendo, non si sa
quanto consapevolmente, una sorta di «lato B» della cultura
: quello, appunto,
delle «Fantastiche 4».





Una vera e propria bufera si è abbattuta sulla vicenda, che ha attirato critiche
quasi unanimi, ma anche ulteriore (e imprevista?) pubblicità.
Sono molto
interessanti i commenti comparsi su alcuni quotidiani nazionali (cartacei
e on-line) e blog.


Scrive sul Corriere della Sera del 10 luglio 2009
Francesco Alberti:
Dotta sì. Velina mai. Ma che ci fa il simbolo dell'Alma Mater, la più antica
università del mondo occi­dentale, severa, austera, ri­spettata, sul seno
di quattro sventole (due bionde e due more) intubate in sottilissime tutine,
sotto una scritta che è un capolavoro di originalità («Le fantastiche 4,
il massimo per i tuoi studi»), il tutto spalmato su manifesti di 6 metri per 3?.

Prima ancora di darsi una risposta, una fetta consistente del corpo docente
dell'ateneo bolognese, con in testa il rettore Pier Ugo Calzolari, è andata
su tutte le furie e, tra mitragliate di email e comunicati infuocati, ha intimato
ai promotori dell'inedita campagna di oscurare tutto,
«perché questa
è una struttura di formazione, non una birra o una fabbrica di veline»”.

Queste invece le dichiarazioni (comparse su www.romagnaoggi.it/ravenna)
di
Enzo Santolini (segretario della Cgil di Forlì):
"Siamo sconcertati, offesi, preoccupati, per il manifesto con il quale i poli
romagnoli dell'Università si propongono ai giovani per un loro progetto di vita,
di lavoro e di valori. Lo sconcerto nasce dall'evidente
decadenza valoriale
della più vecchia università del mondo che sembra piegarsi ad un modello
di società dove l'apparire è più importante dell'essere e dove l'uso del corpo
vale più della mente
(...).

Offesi - continua Santolini - per la scarsa considerazione che si ha dei giovani
e degli studenti e dall'utilizzo strumentale della figura femminile che viene
proposta in termini accattivanti e sensuali che nulla hanno a che fare con
l'offerta formativa e culturale dell'Università (...).
Crediamo che i valori,
la cultura e il futuro delle ragazze e dei ragazzi meritino più attenzione
e rispetto”.

Ottavina Reale
(pseudonimo della “blogger”  del sito ministero della Verità)
commenta invece con grande ironia:
Delle due l’una. O il progetto grafico è stato affidato a un creativo laureato
all’ateneo di Lele Mora
, o il Senato Accademico intende suggerire
un ampliamento dell’offerta formativa e lascia intravedere - almeno per
le studentesse più avvenenti - futuri scenari trasversali  dove le più dotate
potrebbero financo aspirare all’ambìto titolo di Miss co.co.co e magari
aggiudicarsi un bel contratto di lavoro continuativo.
Requisito fondamentale:
una laurea ottenuta presso l’Università di Bologna e una tutina di lycra bianca
attillata quanto basta.


Non si spiegherebbe altrimenti perché  il Polo Universitario di Bologna
abbia scelto di promuovere i propri corsi attraverso cartelloni pubblicitari
che mostrano ragazze col corpo da fotomodella,  poco vestite e con l’ormai
tristemente consueto sorriso ammiccante su sguardo fisso, tipico
di tanti casting per Velina.




Anche il richiamo agli eroi della Marvel Comics (“i fantastici 4” dell’immagine)
ci rimane oscuro e
non ci è dato sapere quale sia  esattamente
il punto di eccellenza delle Fantastiche 4 signorine nella foto.
Lo sappiamo: una bella ragazza dal gluteo sodo è l’anima della pubblicità.


Di sicuro, il simpatico faccione di
Margherita Hack  o  il capello azzurrino
di
Rita Levi Montalcini non servirebbero gran che a far vendere un’automobile
o un detersivo che lava più bianco.
Ma ci piaceva pensare che sì, sarebbero
state la scelta vincente per “vendere” cultura, per promuovere un’università,
un’istituzione che dovrebbe costituire l’ultimo baluardo per la difesa del
cervello.
Dal polo universitario di Bologna, dall’Alma Mater, dalla più antica
università del mondo, avremmo  preteso qualcosa di più intelligente
e rispettoso.  Peccato”.

Questa pubblicità è in linea con i paradigmi culturali dominanti che enfatizzano
la cura del corpo quale principale elemento per il successo ed il benessere,
mentre svalorizzano il peso ed il ruolo della cultura.
L’aspetto paradossale
(e preoccupante) della vicenda è che il committente di tale pubblicità sia
l’università, cioè il tempio per eccellenza della cultura.
Il paradosso è tutto qui:
il luogo della cultura per antonomasia esalta il corpo mettendo in secondo
piano la stessa...cultura!
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