info@antoniolatorre.it  
 
  Cosa significa Hikikomori?

Il termine "hikikomori" è stato coniato negli anni '80 grazie agli studi
del dr. Saito Tamaki per indicare un fenomeno socialmente preoccupante
emerso in Giappone circa dieci anni prima. Si tratta di
un fenomeno che
riguarderebbe oltre un milione di giovani giapponesi, in genere di sesso
maschile, che in maniera apparentemente non motivata, si ritirano
nella propria stanza e vi rimangono ininterrottamente per lunghi periodi,
spesso molti anni.
Diversamente da altre forme di disagio adolescenziale,
i giovani Hikikomori si spingono oltre: lasciano la scuola, abbandonano anche
gli amici, interrompono ogni tipo di comunicazione trascorrendo lunghissimi
periodi in completo isolamento. I ragazzi si chiudono nella loro stanza senza
più uscire: dormono di giorno, sono svegli di notte; l’unico semi-contatto
con il mondo esterno è internet e il cyberspazio dei videogames.

L’antropologa Carla Ricci affronta l’argomento nel libro intitolato:
“Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione”.





Per un approfondimento, si può prendere visione dell’intervista
al
dr. Tamaki Saito, che compare sul sito di psychomedia, il cui link
è il seguente: www.psychomedia.it

Secondo la giornalista Alessandra Mangiarotti del Corriere della Sera,
il fenomeno degli Hikikomori sarebbe in realtà un
fenomeno che riguarda
anche l’Italia, sebbene si tratti (finora) di casi isolati.


Così scrive infatti Mangiarotti sulle pagine del Corriere della Sera:

“Chiusi in una stanza: gli hikikomori d' Italia.
Gli psichiatri: ragazzi isolati per anni, come a Tokio.
I racconti: «Via dal mondo, niente scuola e amori, ci basta Internet».


MILANO - Alex ha messo un chiavistello alla porta della sua stanza
e per oltre sei mesi ha chiuso il mondo fuori. Andrea da nove passa
le sue notti su Internet perché la vita vera, dice, è lì. Anna esce dalla camera
solo di notte per assaltare il frigorifero. Luca risponde esclusivamente
a chi lo chiama con il «nick» perché il suo nome gli suona vuoto come
la sua esistenza. Confondono il giorno con la notte, parlano con gli sconosciuti
e sono sconosciuti in casa loro. Sono le esistenze rovesciate degli hikikomori,
i giovani autoreclusi, non più solo giapponesi. Per conoscere le loro storie
devi parlare con le sentinelle impotenti del loro ritiro. Genitori, fratelli, amici:
«Mio figlio per oltre sei mesi mi ha parlato solo attraverso la porta e solo per
urlarmi "lasciami in pace"»; «Mia sorella esce quando tutti dormono: mi ruba
le sigarette dallo zaino e torna a rinchiudersi».

Ma per incontrarli non puoi che andarli a cercare nel loro regno: Internet.
Ecco Chaoszilla, dà un nome agli autoreclusi come lui: «Io sono
un hikikomori»; Pavély spiega cos' è, un hikikomori: «È una parola
giapponese. Indica il comportamento di quei ragazzi che per anni
vivono in casa, senza affrontare la vita e l' amore.
Solo Internet e fumetti.
Cosa importante: io sono uno di loro»; Miki s' identifica, quindi quantifica
il fenomeno: «Ve lo dico:hikikomori è un traguardo, è la frontiera.
In Giappone sono circa un milione. In Italia siamo mostruosamente indietro
ma la necessità di isolarsi dall' orribile mondo esterno vedo che si diffonde
sempre di più».

Su una cosa Miki e il mondo fuori dalla sua stanza sono d' accordo:
gli hikikomori, anche in Italia, sono sempre di più. Non esistono
statistiche sulla «lost generation» nostrana.


Solo le testimonianze di psicologi: oltre 50 i casi che abbiamo registrato.
E le storie (nascoste dietro nomi di fantasia) di Alex: 16 anni e una vita
in 20 mq scandita dal rombo degli aerei di Malpensa; Andrea: un anno
in più di Alex e una «cella» alle porte di Brescia; Valentina: rinchiusa
in un appartamento sull' Adriatico; Luca: solo di recente uscito dal suo
«guscio» in Gallura. Più maschi che femmine. Quasi sempre «under 18»,
almeno in Italia.
Molto intelligenti, creativi, ma introversi. Letteralmente giovani
«in ritiro», ragazzi che senza un apparente motivo si chiudono nella loro
stanza. Chi (come Oblomov di Goncarov) per incapacità di affrontare il mondo,
chi (è il caso di Miki) per esprimere la sua rabbia. E ancora: chi per mesi,
chi per anni.

Il record nostrano: tre-quattro anni. Quello nipponico: 15 e più.

Per alcuni la clausura è totale, per altri parziale: qualcuno esce dalla propria
stanza per cenare con i genitori, per andare in vacanza, chi vive solo
è obbligato a farlo per comprare del cibo nel supermercato più vicino.
In Giappone gli hikikomori sono un fenomeno culturale e sociale: sono oltre
un milione, l' 1% della popolazione, il 2% degli adolescenti. Alcuni ricercatori,
tra cui Michael Zielenziger (suo il saggio Non voglio più vivere alla luce
del sole), hanno avanzato l' ipotesi che anche la principessa Masako Owada,
ne sia affetta. La colpa della loro autoreclusione è stata data alle pressioni
sociali, alla severità del sistema scolastico, alla spinta verso l' omologazione,
alle madri oppressive, ai padri assenti, al bullismo.

(…) Nell' ultimo anno all' Istituto «Minotauro» di Milano, dove lavorano Gustavo
Pietropolli Charmet e Antonio Piotti, si sono rivolti i genitori di oltre 20 ragazzi.
Le loro storie sono coperte dal più stretto riserbo.

«Cinque i più gravi: vivono chiusi nelle loro stanze da ormai tre anni».
Spiega Pietropolli Charmet: «In ogni momento storico e in ogni Paese
i giovani hanno dato sfogo al loro malessere: le isteriche di Freud,
i tossicodipendenti anni ' 60-' 70, le nostre anoressiche. Gli hikikomori
sono figli della cultura giapponese, ma i nostri "autoreclusi" condividono
con loro più di un aspetto».

Continua Piotti: «Innanzitutto la vergogna narcisistica. Lo scarto tra il loro
desiderato e il reale è troppo forte. Colpa anche delle eccessive aspettative
dei genitori». All' origine c' è poi spesso una fobia scolastica. «Ma mentre
i ragazzi giapponesi fuggono da regole troppo severe, i nostri scappano
dall' incapacità di gestire relazioni di gruppo».

Identico il risultato: «Si chiudono in una stanza. Sostituiscono la vita reale
con quella virtuale. Ma Internet e i giochi di ruolo sono solo una conseguenza,
non una causa»
, afferma Giuseppe Lavenia, del Centro Nostos di Senigallia,
una decina di casi trattati. Spesso, come le anoressiche, negano il proprio
corpo.

Ultimo passo: l' inversione del ritmo circadiano, vivono di notte e dormono
di giorno
. Più il ragazzo vive nel suo guscio, e per questo soffre, più è difficile
farlo uscire. «Il problema è entrare in contatto con loro», dice Giovanna
Montinari, psicoterapeuta della cooperativa romana «Rifornimento in volo»,
altri due casi allo studio. Non resta che parlare con i genitori, con gli amici.

«Ma a volte il contatto arriva solo grazie a quello che chiamiamo "compagno
o fratello maggiore", un giovane psicoterapeuta». È il caso di Alex: la prima
persona a cui ha aperto la porta, dopo oltre sei mesi di autoreclusione,
è stata la «sorella maggiore» che ha bussato alla sua chat (…)”.

Alessandra Mangiarotti, Corriere della Sera, 11 febbraio 2009

Per tradurre in immagini il termine “hikikomori”, si può prendere visione
del seguente filmato:


• indietro

Flash Player