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  Alla ricerca della memoria perduta

Cinema e letteratura hanno ampiamente descritto e raccontato il dramma
della perdita della memoria: l’argomento ha affascinato e stimolato l’interesse
di scrittori, attori e registi. Le prospettive e i punti di visti offerti al pubblico
sono quanto mai diversificati e variegati. Tra le principali opere esistenti,
qui di seguito saranno elencate quelle ritenute di sicuro interesse.
Il regista e attore spagnolo
Luis Buñuel così spiega nella sua autobiografia
(
«Dei miei sospiri estremi», «Mon dernier soupir», SE editore, 1991):





«...mi capita di avvertire una grande preoccupazione, angoscia direi, quando
non riesco a ricordare un avvenimento recente, che ho vissuto, oppure il nome
di una persona incontrata negli ultimi mesi, e perfino di una cosa. D'un tratto
la mia personalità si sgretola, si sfascia. Non mi riesce di pensare ad altro,
eppure tutti i miei sforzi, le mie ire sono inutili. Che sia l'inizio di una
scomparsa totale? Sensazione tremenda, dover usare una metafora
per dire "tavolo". E, oltre ogni limite, l'angoscia peggiore: esser vivo, ma
non riconoscere più, non sapere chi sei.
Bisogna incominciare a perdere la memoria, anche brandelli di ricordi,
per capire che in essa consiste la nostra vita. Una vita senza memoria non
sarebbe una vita, così come un'intelligenza senza possibilità di esprimersi
non sarebbe un'intelligenza. La nostra memoria è la nostra coerenza,
la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire . Senza di lei,
siamo niente».

Oliver Sacks, nel suo celeberrimo «L’uomo che scambiò sua moglie per
un cappello»
(Adelphi editore, la cui prima edizione italiana risale al 1985),
sottolinea come questo commovente passo di Buñuel sollevi interrogativi
fondamentali: clinici, pratici, esistenziali, filosofici. «Che genere di vita (se
di vita si può parlare) - scrive Sacks - , di mondo, di sé, rimane in una persona
che ha perduto la maggior parte della memoria e con essa il suo passato
e i suoi ormeggi nel tempo?».





Lo scrittore canadese
Mordecai Richler (ne «La versione di Barney», Adelphi
editore, 2005), comincia a spiegare in cosa consista la vita senza memoria
attraverso ...un mestolo: «Ieri notte, quando finalmente stavo per prendere
sonno, mi sono reso conto di non ricordarmi come si chiamava il coso
per tirar su la minestra. Ma tu pensa. L’avrò usato un milione di volte...»





Alice Munro, invece, rappresenta simbolicamente la perdita della memoria
come una padella che la protagonista del racconto
«L’orso attraversò la
montagna»
(raccolto nel volume «Nemico, amico, amante», edito da Einaudi,
2005) si ritrova in mano senza sapere dove metterla, e che finisce per riporre
in frigorifero mentre il marito la guarda attonito.





Alice Munro descrive efficacemente cosa accade ad una coppia quando solo
uno dei due partner accusa la perdita di memoria: quella che segue è
la trama del racconto.
Fiona e Grant sono una coppia canadese inseparabile, stanno insieme da
ben quarantaquattro anni. Tutto cambia quando lei incomincia ad accusare
problemi di memoria e si scopre malata di Alzheimer. Nel momento in cui
capisce che ormai la situazione è compromessa, decide di farsi ricoverare
in una casa di cura. Un ferreo regolamento impone ai due di non vedersi
per trenta giorni. Ma una sorpresa aspetta Grant che, trascorso il periodo
di separazione, va a trovare Fiona: la donna si è infatti affezionata a Aubrey,
un paziente del posto e sembra progressivamente distaccarsi emotivamente
dal marito. Grant cerca conforto diventando amico della moglie di Aubrey,
che sta vivendo la sua stessa esperienza, e alla fine arriverà ad accettare
che sua moglie, via via più lontana da lui, possa stare vicina a un altro uomo.


La storia di Fiona e Grant narrata nel volume
«Nemico, amico, amante»
è diventata anche un film intitolato,
«Lontano da lei».








Una scena del Film
«Lontano da lei» di Sarah Polley, tratto dal racconto
di Alice Munro. Dopo cena, lui lava i piatti, lei ripone le stoviglie.
Ha in mano una padella, la guarda perplessa, poi assurdamente invece
che in un armadietto della cucina la mette in frigorifero.






Altri film hanno raccontato la drammaticità della perdita della memoria.
È il caso della
«Famiglia Savage», (film diretto da Tamara Jenkins e uscito
in Italia nel 2008) che narra la vicenda di due fratelli (John e Wendy) costretti
a riunirsi per aiutare il padre ammalato. John e Wendy vivono lontani e si
sentono raramente, alle prese con gli stessi problemi: entrambi insoddisfatti
della propria vita sentimentale e professionale, si trovano all'improvviso a
doversi prendere cura dell'anziano padre (con il quale non hanno mai avuto
un buon rapporto), sprofondato negli abissi della demenza senile, cacciato
dalla casa in cui si trovava dopo la morte della sua compagna. Passando
da una casa di cura all'altra, i due impareranno a conoscersi e a conoscere
meglio il proprio genitore...








La perdita della memoria comporta anche la perdita dell’identità: lo racconta
efficamente il film-documentario
«I nodi di Arnoldo» del regista svizzero
Michael Beltrami.





Lo scrittore tedesco
Arno Geiger, autore de «Il vecchio re nel suo esilio»
(editore Bompiani, 2012), racconta, con commozione mista a ironia, il lento
declino del padre malato di Alzheimer.
Il padre comincia con gli anni a perdere lucidità; la memoria e l'attenzione
si dissolvono pezzo dopo pezzo. Arno Geiger, suo figlio, inizia un viaggio
per conoscerlo meglio, raccontando il passato che il padre ha dimenticato.
Il loro legame si rafforza ogni giorno di più, passano gli anni e il giovane
Geiger rimane al fianco del padre, ascoltando parole apparentemente prive
di senso, eppure dense di poesia, scoprendo che il genitore non ha perso
nulla della sua verve, del suo fascino e della sua fiducia nella vita. Geiger
riscopre così il rapporto con il padre o forse costruisce una nuova relazione
padre-figlio, dove sembrano svelarsi nuovi possibili sensi anche per tutto ciò
che sembra non averne. Pagine di memoria, di difficoltà, di grande tenerezza
e di una massiccia rivisitazione della realtà che a volte commuove e altre sa
far apertamente divertire.





«Io non ricordo» (editore Neri Pozza, 2008) è il romanzo d’esordio che ha dato
un grande successo a
Stefan Merrill Block: il protagonista del romanzo (Seth)
è costretto a confrontarsi con una variante dell’Alzheimer particolarmente
precoce che colpisce la madre.
La quarta di copertina sintetizza le vicende narrate nel romanzo: Seth Walzer
è un adolescente di Austin, nel Texas. A sua madre viene diagnosticata
una rara forma di Alzheimer e Seth assiste impotente al suo inesorabile
scivolare nell’oscuro regno dell’oblio. Lentamente la madre non ricorda più
nulla, anche le cose più semplici della vita, e trascorre le sue giornate
nella vaghezza piú assoluta, intrappolata fra il sonno e la veglia.
Il padre di Seth reagisce alla malattia della moglie nel modo peggiore
possibile: si stordisce con massicce dosi giornaliere di gin e programmi
televisivi. Cosa può fare Seth a quel punto se non cercare di usare la sua
straordinaria intelligenza, studiando quello strano e terribile male che
si trasmette geneticamente e toglie il dono del ricordo?
Non sapendo quasi nulla della vita che la madre conduceva prima
di conoscere suo padre, Seth si mette alla ricerca dei parenti perduti
della donna, portatori del gene causa della sua malattia.
Centinaia di miglia più a nord, intanto, Abel Haggard, un vecchio che trascina
sulle sue spalle ricurve il peso degli anni, degli amori perduti, dei suoi cari
scomparsi, si aggira, smarrito, tra le rovine della sua fattoria alla periferia
di Dallas.
Abel e Seth, il vecchio e il ragazzino, ignorano la reciproca esistenza, non
sanno di essere legati da un duplice legame: la malattia che distrugge
le memorie dei loro cari, e la «storia di Isidora», una magnifica fiaba narrata
da sempre nelle loro famiglie, il racconto di un mondo fantastico libero dal
dolore dei ricordi, di una terra senza memoria in cui nulla mai si possiede
e nulla può perciò andare perduto.


Stefan Merrill Block riprende parzialmente l’argomento dell’Alzheimer anche
nel suo recente romanzo autobiografico
«La tempesta alla porta» (editore Neri
Pozza, 2011), la cui protagonista è questa volta la nonna, Katharine, affetta
dalla stessa malattia. In questo romanzo, in realtà, il protagonista principale
è il nonno, in cura per disturbi psichiatrici.





La neuropsichiatra di Harvard
Lisa Genova, invece, racconta (usando
efficacemente la prima persona) nel romanzo
«Perdersi» (editore Piemme,
2010), il lento dissolversi della memoria di una scienziata che si scopre
malata.





Anche la coreana
Kyung-Sook Shin ha raccontato in «Prenditi cura di lei»
(editore Neri Pozza, 2011), la storia di una donna affetta da Alzheimer
scomparsa in metropolitana, mentre si reca a Seul.
L’autrice ne ricostruisce la presenza partendo dall’assenza, facendo
raccontare ai figli e al marito la storia della donna che per una vita li ha
accuditi.





Jonathan Franzen ha trasferito nella figura di Alfred Lambert, protagonista
delle
«Correzioni» (editore Einaudi, 2002), l’Alzheimer del padre.





Della malattia del padre,
Jonathan Franzen parla anche in uno dei saggi
(intitolato:
«Il cervello di mio padre»)  raccolti in «Come stare soli» (editore
Einaudi, 2011), dove l’annullamento dell’individualità diventa il centro della
riflessione («Mi dispiace vedere il significato personale staccarsi da certi errori
di mio padre, come confondere la moglie con la suocera - scrive Franzen -
una cosa che allora mi parve bizzarra e misteriosa e dalla quale racimolai
ogni sorta di nuove e importanti intuizioni sul matrimonio dei miei genitori»
).





Perdita di individualità, ma anche della consapevolezza del mondo esterno:
Anne Fine le ha sintetizzate benissimo nel suo romanzo «Lo diciamo
a Liddy?»
(editore Adelphi, 2002) quando scrive che sulle pareti dell’ospizio
sta scritto «Oggi è mercoledì. Il prossimo pasto è il pranzo».





Tahar Ben Jelloun in «Mia madre, la mia bambina» (editore Einaudi, 2006)
spiega così queste perdite, proprio nell’incipit del romanzo: «Da quando
è malata, mia madre è diventata una cosetta dalla memoria vacillante.
Convoca i familiari morti da tempo. Parla con loro, si stupisce che sua madre
non venga a trovarla, tesse le lodi del fratello minore che, dice lei, le porta
sempre dei regali. Loro sfilano al suo capezzale e insieme passano lunghi
momenti»
.
La malattia per lo scrittore marocchino si trasforma in un’occasione per
mettere ordine nelle reminescenze disordinate della madre, reinfilando,
come in una collana, le perle della sua vita - la giovinezza a Fès, in Marocco,
i tre matrimoni, i figli - in un lungo, pacato addio.





Con
«Mia madre, la mia bambina», lo scrittore Tahar Ben Jelloun torna
a Tangeri dove continua a vivere la madre. Il suo sguardo però non è attirato
dalla città, dal suo esotismo, dalla sua diversità, bensì è tutto concentrato
sulla figura della propria madre che da anni è affetta da una forma progressiva
di Alzheimer che la sta sottraendo a mano a mano al presente. La casa della
madre è popolata di figure che vengono da lontano, che sono morte da decine
d'anni, e lei sembra vivere più con loro che con i figli che la vengono a trovare
e che spesso neanche riconosce. A volte però la malattia ha dei momenti
di quiete ed essa ritrova per alcuni attimi la lucidità, ritorna al presente,
riconosce la propria demenza.

«L'Alzheimer si è insinuato nel suo modesto cervello senza nessuna violenza.
A volte le capitano ancora dei momenti di grande lucidità, e allora ride dei suoi
cedimenti. Con il tempo quei momenti diventano sempre più rari e più brevi.
Non soffre, si annoia, allora dimentica il presente e trasloca nel suo passato
più remoto. È sola, attorniata dai fantasmi e dalle ombre di quel tempo privo
di crudeltà».


Anche nella malattia, emerge comunque l'immagine di una donna forte,
di un personaggio pieno di vitalità e gentilezza, che ha costruito la propria
vita sull'affetto per i propri cari. È un personaggio letterariamente potente,
di quelli che si imprimono con decisione nel ricordo del lettore per la decisa
complessità umana che incarna, per la capacità di attrarre e affascinare
pur nel disfacimento del corpo.

«Le dispiace di non potersi alzare, camminare senza essere sorretta e
andarsene in giro per la città vecchia della sua infanzia. Rifugiarsi nelle pieghe
umide del passato probabilmente la rassicura, o forse la aiuta ad astrarsi
da una situazione che ha temuto per tutta la vita: essere nelle mani degli altri.
Non le piacciono quelle mani, e nemmeno quei visi. Ha bisogno di ritrovare
la lingua, le immagini, gli odori, le voci dell'infanzia, forse pensa di chiudere
il cerchio».


Il figlio accompagna fino alla fine la propria madre, con sguardo commosso e
attento, con l'evidente desiderio di testimoniare ancora una volta la «bellezza»
di quella donna, anche nel disfacimento del corpo e della mente, la sua
ammirazione per l'energia pur delirante della madre. È l'affetto del figlio,
infatti, la nota dominante in tutto il libro, un affetto malinconico e intenso
che accompagna il lettore fino alla fine, come una musica di fondo.





Di tutt’altro genere è il romanzo d’esordio (già diventato best-seller
internazionale e tradotto in oltre 30 lingue!)
«Non ti addormentare» (Piemme
Edizioni, 2012), dell’inglese
S. J. Watson, in cui la protagonista, Christine,
in seguito a un incidente, si sveglia senza ricordi: la sua mente ogni 24 ore
cancella tutte le tracce della sua esistenza. Ogni mattina si risveglia pensando
di essere una giovane single (perfino il suo viso, riflesso nello specchio
del bagno, le sembra molto meno giovane di quanto secondo lei dovrebbe
essere) e invece deve accettare di essere una donna di mezza età nel letto
di un uomo (il marito Ben) che non riconosce e che le è totalmente estraneo.
È proprio suo marito Ben a darle quotidianamente le coordinate della sua vita,
a spiegarle chi è lui, chi è lei, e che cosa le è successo anni prima, quando un
incidente le ha modificato radicalmente la sua esistenza privandola dei ricordi.
Il romanzo è in realtà un appassionante “thriller”, nel quale la protagonista
inizia a chiedersi se Ben le dica tutto. E se è così, perché non le ha parlato
del dottor Nash, un giovane neuropsichiatra deciso a studiare il suo caso,
con cui Christine si incontra di tanto in tanto e che la spinge a tenere un
diario? E perché su una pagina di questo diario Christine ha scritto “non fidarti
di Ben”? Giorno dopo giorno, con l’aiuto del dottor Nash, lampi di memoria
ritornano nella mente di Christine...





La perdita della memoria conseguente ad un incidente è l’incipit anche
di
«Memento», un film del 2000 diretto da Christopher Nolan.
Dopo un incidente, l'investigatore assicurativo Leonard Shelby perde
completamente la memoria a breve termine. Ogni evento che caratterizza
la sua vita da quel momento in poi viene automaticamente dimenticato dopo
pochissimo tempo. Svegliandosi ogni mattina scopre di non ricordare nulla
del giorno prima, la sua vita diventa così un continuo e disperato tentativo di
ricostruire i ricordi grazie a tatuaggi, appunti e fotografie. A complicare il tutto
c'è il fatto che la sua missione nella vita diviene quella di uccidere l'assassino
di sua moglie...


La parte iniziale della trama di
«Memento» presenta alcune analogie
con
«Novo», un film del 2002 diretto dal regista Jean-Pierre Limosin.
A causa di un incidente, il protagonista (l’attore spagnolo Eduardo Noriega )
è affetto da una particolare forma di amnesia: bastano pochi minuti perché
dimentichi quel che è successo o chi ha incontrato.
L'uomo conserva la coscienza di sé e del mondo per dieci minuti soltanto.  
Per il protagonista ogni giorno è il primo giorno e ogni volta è la prima volta:
c’è chi ne approfitta da un punto di vista sessuale (come la capufficio) e chi
invece resta affascinata da questa fragilità mentale, come la splendida
e innamorata fidanzata.





Senza memoria si trova anche il protagonista di
«The Bourne Identity»
(«Identità Bruciata»)
, un film del 2002 diretto da Doug Liman, basato sul
romanzo
«Un nome senza volto» (pubblicato anche in Italia dalla BUR)
di Robert Ludlum del 1980.





Il film narra le vicende di Jason Bourne, un ex agente segreto della CIA
colpito da amnesia in seguito alle ferite riportate nel corso di una missione.
Svegliatosi privo di memoria su di un peschereccio italiano che l'aveva
recuperato in alto mare, Bourne inizia la ricerca della propria identità partendo
dal numero di un conto bancario rinvenuto in un congegno estrattogli da
un impianto sottocutaneo...





Questo film è stato prodotto nel 1988 anche per la TV, con il medesimo titolo:





La perdita della memoria conseguente ad trauma (le percosse subite
durante una rapina) è anche l’inizio della trama di
«L’uomo senza passato»,
un film del 2002 diretto dal regista finlandese Aki Kaurismäki.





Il film
«Eternal Sunshine of the Spotless Mind» (tradotto in italiano con «Se mi
lasci ti cancello»
), ha raccontato invece la possibilità di cancellare i ricordi.
Gli attori Kate Winslet e Jim Carrey usano una tecnica per cancellare ciascuno
i ricordi dell’altro quando la loro relazione si incrina.





Recentemente il tema è stato trattato anche dallo scrittore tedesco
Sebastian
Fitzek
con «Schegge» (editore Elliot, 2010), psicothriller che ruota intorno alla
possibilità di cancellare dalla memoria le esperienze più traumatiche della
nostra vita.





Marc Lucas è un giovane e brillante avvocato. La sua esistenza è rimasta
segnata da un tragico evento: la moglie Sandra, incinta, ha perso la vita in
un incidente automobilistico del quale lui si sente responsabile. Quando Marc
Lucas viene a conoscenza di un esperimento che potrebbe cancellare dalla
sua memoria i terribili ricordi che l’accompagnano e lo tormentano, non ha
dubbi: la sola speranza di liberarsi da questi insopportabili ricordi vale il
rischio infatti di sottoporsi all’esperimento. Ma, invece che concedergli sollievo
e alleviare le sue pene, con l’inizio dei primi test l’orrore comincia a prendere
possesso di ogni attimo della sua vita: di ritorno dalla clinica psichiatrica,
la chiave di casa non apre più l’appartamento, il nome sul campanello non
è più il suo e, quando la porta viene aperta dall’interno, l’incubo ha inizio...
Da quel momento in poi, l’avvocato Marc Lucas viene catapultato in una realtà
che non corrisponde a quella dei suoi ricordi. La moglie è viva e occupa il suo
appartamento, ma non lo riconosce. Al suo numero di cellulare risponde...
Marc Lucas, appunto, ma non è lui. Il suo posto di lavoro è occupato da
un altro. E la sede della clinica Bleibtreu, a cui si era rivolto per resettare
la sua memoria, è improvvisamente scomparsa...


È possibile combattere la perdita della memoria, l’oblio, la dimenticanza?
Il giornalista americano
Joshua Foer sostiene (nel libro «Moonwalking with
Einstein: the art and science of remembering everything»
, pubblicato in Italia
nel 2011 dalla casa editrice Longanesi col titolo:
«L’arte di ricordare tutto»)
come la memoria nell’epoca digitale sia in pericolo. Le moderne banche dati
consentono di depositare un'enorme quantità d'informazioni, ma così la mente
non è più allenata a memorizzare, per cui perderebbe sempre più la capacità
di ricordare. Secondo Foer, l'antica arte della memoria richiede invece un
impegno profondo e le capacità di collocare le informazioni in un contesto,
comprendere il loro significato, associarle alla rete di altri concetti che
abbiamo in mente. Ricordare richiede tempo, impegno e concentrazione,
cose che troppo spesso mancano. Siamo bombardati da informazioni
e siamo diventati come un colabrodo che cattura solo minime particelle
di quel che gli piove addosso, mentre il resto scorre via. Per Foer il rimedio
principale è dunque quello dell’allenamento a memorizzare.





La tesi di Foer sembra essere in linea con quella sostenuta dal
neuroscienziato svedese
Torkel Klingberg: il professore di neuroscienze
del Karolinska Institutet di Stoccolma sostiene infatti che la mente sviluppa
la sua massima «capacità di fuoco» quando è concentrata in un’unica attività.
Telefoni, mail e pop-up di Internet riescono ad attivare con grande rapidità
i nostri neuroni, ma senza attivare quel processo di memorizzazione
che rende durature esperienze e conoscenze.
Torkel Klingberg scrive di un «sovraccarico informativo» del nostro cervello
(«overflowing brain»): si tratterebbe di un fenomeno che mette a dura prova
le nostre capacità mentali, e in particolare una facoltà ancora poco nota al
grande pubblico, ma studiata intensamente dalla psicologia cognitiva, quella
della working memory («memoria di lavoro»). Anche Torkel Klingberg propone
veri e propri sistemi di allenamento per la memoria “ram” del nostro cervello.





Nell’attesa che gli scienziati come Torkel Klingberg mettano a punto sistemi
efficaci e applicabili routinariamente a chi perda la memoria, l’opera

«Alla ricerca del tempo perduto»
di Marcel Proust risulta ancora oggi attuale
per la sua capacità di fare comprendere in cosa consista la memoria
e i meccanismi che la sottendono. Proust racconta magistralmente di
come la memoria possa essere recuperata grazie a sensazioni provenienti
dal gusto e dall’olfatto: la memoria ritorna grazie ad un piccolo pezzo di dolce
nel tè che fa riemergere tutto un passato che credeva (erroneamente) sepolto,
dimenticato, perduto. Il risorgere del tempo perduto è reso possibile da
una
«madeleine», un dolcetto burroso a forma di conchiglia imbevuto nel tè:
un semplice biscotto diventa l’elemento rivelatore che scatena l’illuminazione
dello scrittore, mostrandogli finalmente quello che stava cercando: se stesso.
«Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole
del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di
straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva
invaso, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. Di colpo aveva reso
indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua
brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza
preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, io ero quell’essenza.
Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove era potuta
giungermi una gioia così potente? Sentivo che era legata al sapore del tè
e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura.
Da dove veniva? Bevo una seconda sorsata nella quale non trovo nulla di più
che nella prima, una terza che mi dà un po’ meno della seconda. È tempo che
mi fermi, la virtù del filtro sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco
non è lì dentro, ma in me».
(Alla ricerca del tempo perduto, volume 1°,
“Dalla parte di Swann”, parte prima, “Combray”).


Il passato di Proust irrompe nel suo presente in maniera del tutto inattesa,
senza alcuna apparente logica, semplicemente attraverso alcune briciole
immerse in una tazza di tè fumante. Da quell’istante rinasce il piccolo Marcel,
che a Combray mangiava madeleine a volontà e che non vedeva l’ora
di scappar via da quella cittadina di provincia...
Come si può recuperare la memoria, dunque, per Proust?
Andando alla ricerca di quello che si è perduto o che si crede perduto,
attraverso quelle che egli chiama «intermittenze del cuore».
Le intermittenze del cuore sono il risorgere del tempo perduto o di un tratto
del tempo perduto, grazie all’opera della memoria involontaria stimolata
da una sensazione, da un oggetto, da un dolce...come una piccola madeleine.
(Alla ricerca del tempo perduto, Volume 2°, Sodoma e Gomorra II, capitolo I).
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