info@antoniolatorre.it  
 
  Lo Zen e l'arte di non sapere cosa dire

“Lo zen e l’arte di non sapere cosa dire” è il titolo dell’ultimo libro
di Stefano Bolognini.


Si legge nella quarta di copertina:

“Stefano Bolognini è maestro
nel catturare la realtà e le sue
mille sfumature con estrema bravura.
Lo Zen e l'arte di non sapere cosa
dire è una travolgente giostra
di personaggi e vicende che
con incalzante ritmo narrativo
ci regalano l'immediatezza e
l'assurdità della vita. Ecco per
esempio la storia di Luisa, donna
risoluta e spigolosa che aborrisce
smancerie e sentimentalismi.
Poi, un giorno, ascolta un vecchio 78
giri di provenienza americana e di
colpo piange, si dispera, non riesce
più ad andare a lavorare: perché? 
C'è poi Ermete che, tra il primo
e il secondo, si alza da tavola:
«Scendo un attimo a prendere
le sigarette» dice... e ricompare tre
anni dopo. Situazioni così, frammenti di vite vissute, storie ben congegnate
ricalcate dal vero. Dopo Come vento, come onda, Bolognini ci offre con questi
nuovi racconti una godibilissima interpretazione di gesti e consuetudini
di ordinaria quotidianità alla luce delle teorie freudiane. Pennellate precise
e leggere, casi e vicende irresistibili nascosti dietro ai momenti di vita più
comune. La normalità è spesso troppo complessa per essere capita, ma
Bolognini la descrive così bene che ci viene il sospetto che lui sappia come
fare”.

Tra le numerose recensioni del volume, si riporta uno stralcio di quella
comparsa sull’Unità, in cui lo stesso autore racconta il senso del titolo
della sua opera.

Col trascorrere degli anni, come è noto, si diventa più saggi, ci si affina,
si cresce in virtù e sapienza. L’impulsiva animosità degli anni giovanili si
stempera per l’effetto calmieratore della vita vissuta, l’esperienza regala
una diversa profondità del sentire e del pensiero, e l’essere umano accede
a una più ampia ed equilibrata visione delle cose. Insomma, si invecchia,
sì, ma «si cresce» anche, dicono. Be’, speriamo sia così. Dico: «speriamo»,
perché qualche dubbio, in effetti, mi viene, da qualche tempo in qua.
Ho notato, ad esempio, che
di fronte a molte comunicazioni altrui che
un tempo mi avrebbero provocato vivaci reazioni e mi avrebbero sospinto
a energici commenti di varia natura, mi viene sempre più spesso da dire che
non so che cosa dire
. Non è mica per disinteresse, anzi. Spesso mi viene
da dire «Non si sa che cosa dire...» esattamente per il motivo opposto:
ad esempio, perché la cosa che mi è stata narrata
mi ha turbato al punto
da lasciarmi senza parole
. Oppure perché ne percepisco un’inquietante
complessità, che travalica le mie capacità di inquadramento semplificativo,
di comprensione e di ridescrizione, dimodoché, finisco per sentirmi disarmato
e perplesso (...). Cosa mi viene in mente, se penso a questa condizione
del «non si sa che cosa dire»? Posso agevolmente ricostruire che il mio
pensiero si biforca, fornendomi due riferimenti associativi di marca molto
differente, vediamo dove si va a parare, perché per la verità non ci vedo
molto chiaro. Il primo filone di evocazioni libere mi porta in una dimensione
alta e altra: verso il vuoto sapiente della sospensione zen. Si tramanda che
molti maestri d’Oriente, dopo un lungo ed estenuante lavorio interiore,
evolvessero con pieno merito fino a riuscire finalmente a non saper che cosa
dire. Avendo debellato il nefasto ronzio di fondo di un Io proteso al controllo
cosciente e ossessivo della realtà, essi giungevano - pare - a un virtuoso
vuoto della mente, e da lì al contatto vivificante con l’armonia universale
dell’essere. Essi, finalmente, erano, mangiavano quando avevano fame,
dormivano quando avevano sonno, sentivano «il suono di una sola mano»,
e via di questo passo. Sono forse io, senza averne avuto finora la benché
minima nozione cosciente, sulla via di una ascesi di tale portata?
Sto forse trasmutando (magari per effetto collaterale dell’autoanalisi)
in un inconsapevole e involontario yogi, che accede quasi per caso al
giardino della saggezza? Oddio, può anche darsi, purtroppo mi sembra
poco probabile. Mi capita di mangiare perché sono nervoso, il mio Io tira
a controllare parecchio, e il «suono di una sola mano» non l’ho mai sentito
in vita mia (...).

L’altro filone associativo mi riporta, con un salto di cinquant’anni all’indietro
nel tempo, a una figura molto più modesta e casalinga, cioè a mia nonna
Clementina. La nonna Clementina - la madre di mia madre - era una donna
disarmante, che in effetti diceva abbastanza spesso, con lo sguardo
filosoficamente perso nel vuoto:
«Non si sa che cosa dire».
Lo diceva posizionandosi in una condizione mentale (ben percepibile)
di non sbilanciamento nei confronti dell’occasionale interlocutore, che poteva
anche essere un famigliare e che stava esponendole un fatto o un problema
di qualche impatto. Questo fatto o problema veniva dunque comunicato
alla nonna, la quale veniva così tirata in ballo emotivamente e relazionalmente,
ci si aspettava da lei una qualche reazione che testimoniasse un suo
coinvolgimento e, se possibile, che facesse emergere un suo parere
su quanto esposto. Ma a questo punto lei diceva che non si sapeva cosa dire,
e tutto il discorso rimaneva lì a mezzo, sospeso per aria, come una lettera
vagante che non sarebbe mai pervenuta al destinatario. Sì, perché la nonna
non diceva che lei non sapeva che cosa dire, diceva: «Non si sa che cosa
dire». Lei non c’era come individuo, in questo discorso: il non saper che cosa
dire era un evento sovrapersonale, che si realizzava al di là di lei, del quale
lei era testimone quanto l’interlocutore, e di cui bisognava prendere
atto (...). La nonna Clementina funzionava come un macchinista ferroviere
di stazione abituato a condurre dei treni fino al più vicino binario morto,
per poi lasciarli inaspettatamente lì con tutto il loro carico di passeggeri,
in attesa di chissà che cosa. Mi sono sempre chiesto perché facesse
così. Ma capivo che in definitiva non lo faceva con uno scopo: lo faceva
perché lei era così. Io non credo di «essere così» (...). Mi è sempre piaciuto
scambiare pensieri con il prossimo, in nome del vecchio detto per cui
«da cosa nasce cosa», insomma, in generale non ho mai avuto il problema
di non saper che cosa dire. Anche adesso ho delle cose da dire (tanto è vero
che, come vedete, le sto dicendo).


SULL’ORLO DELL’ABISSO

No, il problema è un altro.
Non si sa che cosa dire vuol dire che verrebbero
in mente delle cose da dire, ma che si sente o si capisce che quelle cose lì
non sono adeguate, non sono sufficienti, non bastano, non risolvono, non
smuovono, non raggiungono, spesso non sfiorano nemmeno la complessità,
la profondità, il senso di ciò che si è presentato sulla scena del discorso (...).
E allora ci si ferma, sull’orlo di un abisso. E non si dice
. Il bello è che in
analisi il mio silenzio, a volte, viene scambiato dai pazienti per un silenzio
di abissale profondità, portatore di una intrinseca sapienza di cui io doserei
intenzionalmente la comunicazione: «Lo psicoanalista ha capito tutto, ma
non vuole dirmi lui le cose, vuole che sia io a capirle».
In certi casi è proprio così, la famosa frase di Confucio, per cui «se incontri
un affamato e gli dai un pesce, lo sfami per un giorno, se invece gli insegni a
pescare, lo hai sfamato per tutta la vita» giustifica in pieno il silenzio strategico
dell’analista, che preferisce che sia il paziente a trovare un senso alle proprie
associazioni. Ma non mi vergogno di dire qui che in tanti casi io sto zitto perché
davvero non so cosa dire, perché non ho ancora capito dove si vada a parare
o che senso hanno i discorsi o l’atmosfera che quel giorno caratterizzano
quella specifica seduta. Eppure questo è «psicoanalitico»: di solito, se si
hanno la pazienza e l’umiltà di attendere - senza pretendere di saper già cosa
dire, subito e comunque - le cose un po’ alla volta si collegano, si chiariscono,
si combinano, si trasformano, assumono un’evidenza e un senso.
Allora, e solo allora, si sa che cosa dire.

Stefano Bolognini, 21 maggio 2010

Pubblicato a pagina 36 dell'edizione Nazionale 
nella sezione "Culture"



Stefano Bolognini, psichiatra e psicoanalista, è presidente della Società
Psicoanalitica Italiana e membro del comitato editoriale europeo
dell’«International Journal of Psychoanalysis». Bolognini svolge da anni
un’intensa attività scientifica e istituzionale nell’ambito dell’International
Psychoanalytic Association, con articoli, seminari e conferenze in Europa,
America Latina e Nordamerica. Tra le sue opere,
“L’empatia psicoanalitica”
(2002) e “Passaggi segreti. Teoria e tecnica della relazione interpsichica”
(2008), tradotti e pubblicati in varie lingue. La sua raccolta di racconti
“Come vento, come onda” (1999) ha vinto il Premio Gradiva.
• indietro
 

Flash Player